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A Venezia tra calli e fondamenta alla scoperta del vero spritz!

Venezia è sempre Venezia. Tornarci è sempre un piacere che appaga ogni senso.

48 ore sono poche ma permettono di viverla senza farsi travolgere dalla folla di turisti che ogni giorno, da febbraio a novembre, percorrono, disordinati, calli, fondamenta e campi. Venezia è una città unica al mondo, qualcuno cerca di imitarla come i cinesi a Dalin o gli americani a Las Vegas, ma nessuno è mai riuscito a ricreare la sua atmosfera romantica e misteriosa, unica e irripetibile.

La città è avvolta da numerose leggende che ne aumentano il fascino e il desiderio di visitarla, percorrendo anche itinerari insoliti e lontani dai percorsi più battuti, ideali per scoprire la città anche se si ha poco tempo. Musement, per esempio, offre passeggiate notturne alla scoperta della leggenda dei fantasmi, oppure il tour sulle orme di Casanova tra scrittori, cortigiani e amanti. Ancora, il tour di Palazzo Ducale con accesso ai passaggi segreti per un viaggio indietro nel tempo, su pavimenti scricchiolanti e segreti conservati in antichi armadi.

Girovagare per la città senza una meta precisa, infilandosi tra calli e campi che conducono in un labirinto fatto di case colorate e panni stesi al sole, è un altro modo per scoprire Venezia. Ed è quello che ho fatto, appassionandomi alla vista di scorci unici rubati alla quotidianità dei veneziani che sembrano andare sempre di corsa. Sono partita da Piazza San Marco, definita il più bel salotto del mondo, dominata dai sui celeberrimi caffè, dal Palazzo Ducale, dalla Basilica e dalla Torre dell’Orologio. Da qui mi sono tuffata nel dedalo di viuzze della Calle Mercerie che oggi ospita i marchi di moda più ricercati, la Monte Napoleone di Venezia, e che una volta era, appunto, il quartiere delle mercerie e dei tessuti. La folla mi conduce quasi involontariamente fino al Ponte di Rialto, storicamente area commerciale della città lagunare. Ancora oggi qui si svolge uno dei più bei mercati di Venezia, quello del pesce, dominato dalle iscrizioni sui muri che decretano le misure regolamentari dei pesci promulgate dalla Serenissima, affiancato a quello della frutta e verdura. Qui siamo nella vera Venezia!

Ed è qui che ho scoperto una gastronomia da asporto, WEnice di Luca e Matteo aperta da pochissime settimane che prepara ogni giorno una selezione di ricette della cucina italiana e veneta tra cui il baccalà mantecato con polenta bianca, le polpette di baccalà, i cicchetti nelle diverse declinazioni, affiancati da panini gourmet anche in versione vegetariana con ingredienti insoliti come rapa rossa, formaggio blu di capra, pensati tutti per essere gustati on the road, in comodi recipienti e coni rigorosamente biodegradabili, o a casa, dopo una giornata passata a girovagare per la Serenissima.
Non mi sono fatta mancare nemmeno il classico Spritz, sorseggiato nella zona delle Zattere, dietro al Peggy Guggenheim, all’ora dell’aperitivo dove ho scoperto che la bevanda originale è bianca, fatta cioè da Prosecco diluito con acqua per alleggerirne la gradazione.  Le sue origini risalgono ai tempi della dominazione austriaca in Veneto. I soldati, ma anche i vari commercianti, diplomatici e lavoratori dell’impero Asburgico, presero presto l’abitudine di frequentare le piccole osterie disseminate in tutto il Triveneto. Essendo però abituati a bere i loro vini a bassa gradazione e struttura, per loro era difficile reggere i vini veneti e chiedevano agli osti di spruzzare un po’ di acqua nei bicchieri (spritzen, in tedesco) per renderli più leggeri. Così nacque lo Spritz. In seguito è stata introdotta la variante rossa con una piccola correzione di Bitter o Aperol. Dal 2011 l’International Bartenders Association, ha inserito lo Spritz veneziano nella lista dei cocktail ufficiali. Un appuntamento da non perdere a base di Spritz è Happy Spritz, organizzato da Aperol Spritz al Peggy Guggenheim Collection. Tra cortili e opere d’arte, in tre date tra maggio e giugno, il giardino delle Sculture Nasher diventa un dj set a cielo aperto a base di musica elettronica, prodotta dagli artisti più apprezzati della scena indipendente italiana, e Spritz.

Il secondo giorno mi sono rifugiata tra Murano e Burano per fuggire dalla folla di turisti. In queste due isole sembra di essere in un’altra dimensione. Murano ti catapulta intorno all’anno 1.100 quando le tecniche di lavorazione del vetro raggiunsero i massimi livelli grazie all’abilità dei maestri vetrai. A causa dell’intensa attività di  lavorazione del vetro aumentò anche l’inquinamento e il pericolo di incendi. Le fornaci vennero così bandite da Venezia e spostate a Murano dove tuttora si trovano fornaci attive e aree post industriali convertite. Da allora, le famiglie si tramandano i segreti dell’arte vetraia, di generazione in generazione, grazie alla tecnica dei maestri depositari di quest’arte che nel passato li teneva ostaggi dell’isola per paura di fughe. Nessuno di loro, poteva, infatti, lasciare Murano senza un permesso speciale ed erano obbligati ad abitare sull’isola per evitare fughe e il rischio di esportare altrove il loro sapere. Io ho visitato la Fornace Santa Chiara all’interno della chiesa dedicata a S. Chiara risalente al 1.200 e sconsacrata da Napoleone, che la aveva trasformata in alloggio per le sue truppe. Oggi è un centro per l’arte del vetro dove è possibile assistere a dimostrazioni adatte per grandi e piccini. Consiglio la visita perché, anche se sicuramente è un appuntamento commerciale, la spiegazione è molto interessante e coinvolgente grazie al maestro vetraio Cafadari. Dopo essermi persa tra i numerosissimi negozi che vendono oggetti di vetro di ogni tipo e colore, nel pomeriggio ho raggiunto Burano.
L’isola è un angolo di paradiso, sembra nata dalla tavolozza di un pittore che ha dato sfogo alla sua arte dipingendo con colori intensi ogni angolo. Non per altro è considerata una delle 10 città più colorate del mondo. Le sue case hanno un intenso colore giallo, rosa, verde, lilla, azzurro che si dice rappresentino le diverse famiglie o che servano ai barcaioli per ritrovare la loro casa nelle sere nebbiose. L’isola è famosa per il merletto buranello ricamato rigorosamente a mano. Ma ciò che più mi ha colpito è stato passeggiare al tramonto tra calli, viuzze e calette. Sembra di essere in una cartolina.  Non può mancare l’assaggio del dolce tipico dell’isola, il bussolà di Burano a forma di ciambella, conosciuto anche con il nome di buranello. Esiste anche una variante a forma di “esse”, detta appunto esse di Burano o essi di Burano. Il dolce ha una composizione ricca di sostanze nutrienti che, una volta cotte, durano a lungo nel tempo. In passato veniva preparato dalle mogli dei pescatori, i quali si allontanavano da casa per lunghi periodi di tempo per andare a pesca. Nel caso in cui non potevano avere una buona alimentazione, il bussolà garantiva tutte le energie sufficienti per affrontare la vita di mare. Si dice, inoltre, che il bussolà buranello, aromatizzato alla vaniglia, al rum o al limone, venisse usato per profumare la biancheria nei cassetti.

Per rimanere immersi nella magia di queste due isole ho pernottato al bed&breakfast Villa Lina che si trova nascosto all’interno di un giardino fiorito di una famosa fornace di Murano ancora attiva. Varcata la porticina, i proprietari, e in particolare la signora Evi, ti accolgono come ottimi padroni di casa e si offrono come instancabili ciceroni. La villa è quasi un museo privato del vetro grazie a lampadari, oggetti e arredi disegnati dal marito e realizzati delle fornaci dell’isola.

www.turismovenezia.it

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