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Spreco alimentare: qualcosa si muove

Non so voi, ma quando penso allo spreco alimentare a me vengono in mente due cose, entrambe facili: che potrei mangiare meno stando ugualmente bene, che dovrei evitare di buttare in pattumiera una quantità a volte spropositata di cibo che poteva e potrebbe essere usato meglio. Pensieri facili ho detto ma il difficile è farle davvero queste cose. Passi la prima che, vabbeh,  ci ho provato tante volte e prima o poi ce la farò, ma la seconda? Come posso dare valore agli scarti? Riducendoli, certo, ma quello che resta comunque? E i cibi che, mettici pure tutta l’attenzione del mondo, mi scadono in frigorifero o in dispensa? E quel che resta delle lavorazioni industriali degli alimenti, anche quelli sono scarti… Ecco un bel tema su cui ragionare, prima però qualche numero sullo spreco alimentare.

Secondo i dati dell’ENEA, in Italia buttiamo nel cassonetto circa 5,5 milioni di tonnellate di cibo/anno, in pratica 42 kg di cibo a persona sotto forma di avanzi non riutilizzati e alimenti scaduti o andati a male, con un valore economico che si aggira attorno ai 13 miliardi di euro l’anno. Di questi 42 kg oltre 10 sono costituiti da verdure e prodotti ortofrutticoli per un totale di oltre 1,3 milioni di tonnellate. Con i prodotti vegetali che gettiamo nella spazzatura, oltre a fitosanitari e nutraceutici (alimenti che funzionano come medicinali), potremmo produrre 41 milioni di mq di biometano, cioè l’equivalente dell’energia necessaria per riscaldare 46mila appartamenti, con un risparmio di circa 2 milioni di tonnellate di CO2. E non è tutto: i nostri scarti possono trasformarsi in cibi ‘superfood’ per mantenerci in forma, cosmetici per farci belli o nuovi alimenti per la zootecnia.

Ecco allora una risposta: lo scarto di un settore può trasformarsi in materia prima per un altro, trasformandosi da rifiuto a risorsa. Qualche esempio? I laboratori ENEA hanno brevettato un sistema che trasforma le acque di scarto della lavorazione delle olive in prodotti per la conservazione degli alimenti o in antiossidanti ricchi di polifenoli. Esistono, poi, sistemi che valorizzano gli scarti dell’industria lattiera trasformandoli in prodotti ad alto valore aggiunto. Sembra incredibile, ma partendo da biomasse vegetali o da scarti e sottoprodotti dell’industria di trasformazione – grazie alla combinazione di tecnologie di separazione, recupero e purificazione – è già possibile realizzare prodotti come alimenti delattosati per soggetti intolleranti e a basso contenuto di sostanze allergizzanti, vino dealcolato, latte d’asina reidratato per uso farmaceutico e cosmetico, oli essenziali e molecole antiossidanti benefiche per la salute.

L’ultima volta che mi sono sono dato l’impegno di mangiare tanti vegetali cucinati in modo sano mi sono accorto che passavo un sacco di tempo ai fornelli e a gestire malsicure vaschette in frigo, cosa che ovviamente non mi posso permettere. Ecco perché trovo interessantissimo che nei laboratori ENEA studino i cosiddetti prodotti ‘ready to eat’, pensati per coniugare una sana alimentazione con i tempi veloci della vita quotidiana. Così come è interessante sapere che i materiali utilizzati per il packaging, al pari dei processi di trasformazione industriale, influiscono sulla conservazione di frutta, verdura e ortaggi freschi pronti per il consumo (i cosiddetti ortofrutticoli di IV gamma) o che è possibile allungare la ‘shelf life’ degli alimenti, mantenendone proprietà organolettiche, grazie ai profili genomici, microbiologici, organolettici e aromatici. Tutte cose che, prolungando i tempi disponibili per il consumo degli alimenti, diminuiscono lo spreco alimentare. Senza contare che gli scarti possono trasformarsi in packaging alimentare, con imballaggi funzionali come film e dispositivi biodegradabili di origine naturale e con proprietà antimicrobiche.

Alla fine della storia ho capito che la battaglia contro lo spreco non la devo combattere da solo, e meno male perché l’avrei persa. Oltre ai milioni di persone che come me avvertono il problema c’è una tecnologia che mi aiuta. Una tecnologia amica, verde, green, chiamatela come vi pare ma sta dalla mia parte. A me spetta il compito di sostenerla, capirla e sceglierla imparando per prima cosa a leggere le etichette. Non devo cogliere le verdure dall’orto tutti giorni sapendo che prima dovrei trovarmi un orto, o impazzire a preparare il minestrone come la nonna se il tempo della cara nonna non ce l’ho. Posso anche acquistare degli alimenti già preparati e pronti da mangiare. Sani e senza spreco alimentare.

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