Vietato dal Duce, ha resistito all’estinzione grazie alla regola non scritta tipicamente italiana del «fatta la legge, trovato l’inganno» e oggi è diventato un esempio di «archeologia vinicola». È il vitigno conosciuto come «Bacò», incrocio fra Vitis Vinifera e Vitis Riparia e che in tutto il nord Italia fu uno dei vini più in voga a inizio secolo ma che conobbe la sua «damnatio memoriae» durante il regime fascista quando nel 1936, per legge, venne vietata la coltivazione di molti vitigni ibridi, importati nei primi anni dell’800 dall’America per cercare di sostituire quelli autoctoni, devastati dalla filossera a sua volta (ironia della sorte) arrivata dal nuovo continente grazie allo sviluppo delle navi a vapore che accorciarono i tempi della traversata transoceanica permettendo alla malattia di diffondersi in Europa.

 

La legge fascista fu applicata in modo blando e il Bacò continuò a essere utilizzato come «colorante» naturale per altri vitigni anche perché fino al dopoguerra era normale per ogni cascina della pianura padana (anche se la «delocalizzazione della vite in collina era già avvenuta) «prodursi» il proprio vino per l’inverno. Il motivo di tanto accanimento non era politico (il nero del Bacò ben si sarebbe adeguato al colore di moda nel regime fascista) ma sanitario perché il peccato originale del vino vietato era di possedere un alto tasso di tannino e di sviluppare alcol metilico (sostanza che può provocare danni alla salute) durante la vinificazione. Un divieto proseguito anche durante la Repubblica e confermato dall’Unione Europea al punto che ancora oggi è vietata la trasformazione dell’uva di Bacò in vino.

 

Nelle campagne di Novi, nell’Alessandrino, c’è chi ha riscoperto questo vitigno: Roberto Bovone, ferroviere per mestiere e amante della storia alimentare e vinicola locale, racconta come si è imbattuto nel Bacò: «Parlando con qualche amico, ho rievocato i tempi dei nonni e i loro racconti, divertendoci a ricordare i nomi dei vitigni più in voga fino al dopoguerra, dal Nerello al Faschetano quando mi sono ricordato del Bacò e di dove mio nonno mi fece conoscere quel vitigno». È la cascina Scrapa, di Ezio Grosso, in piena Frascheta (un dedalo di strade e di incroci ricchi di cappellette religiose che qualcuno vuole siano state costruite per contrastare i Sabba che le Streghe avrebbe fatto nei quadrivi in mezzo ai boschi di frasche), zona che fino alla fine dell’800 era rinomata per le tante qualità di vini prodotti. Bovone così lo ha ritrovato salvandolo dall’abbandono e ha provato a piantare una barbatella (di filari interi in zona non se ne trovano più) a casa sua, per spirito di conservazione della memoria: «Abito nella casa di mio nonno e in questo modo mi sembra di fare un omaggio a lui e alla sua generazione anche perché di vinificare il Bacò non ci penso neppure».

 

Per Bovone (che ora proverà a ricercare altri vitigni autoctoni in abbandono come l’uva Cenerina) una sfida vinta contro l’oblio e la gioia di avere riscoperto una storia che avrebbe rischiato di estinguersi e di cui ai nostri giorni si sarebbe persa ogni memoria, parafrasando De Gregori.

 

Fonte: La Stampa