La filiera delle arance è marcia. Questo è quanto traspare dal rapporto #FilieraSporca redatto dalle associazioni Terra! Onlus, daSud e terrelibere.org, che hanno ricostruito tutto il percorso che fanno le arance prodotte negli agrumeti italiani, fino al banco del supermercato. Una filiera malata fatta da piccole realtà agricole incapaci di svecchiarsi, decine di organizzazioni di produttori (OP) che non sono in grado di competere sul mercato internazionale e qualità e prezzo degli agrumi in picchiata. Da questi elementi deriva la piaga del caporalato e dello sfruttamento dei richiedenti asilo.
La questione del caporalato e dello sfruttamento dei migranti e delle fasce deboli della popolazione è spesso sulle prime pagine dei giornali, soprattutto in seguito a fatti tragici, eppure non è altro che un sintomo di un sistema al collasso. Secondo il rapporto #FilieraSporca, i problemi del settore della produzione degli agrumi sarebbero radicati e strutturali. In Sicilia, per esempio, la realtà produttiva è estremamente frammentata: ci sono 5692 imprese agricole operanti nel settore, per lo più a conduzione familiare, riunite in 45 OP, con pochissima organizzazione commerciale, incapaci di collaborare con le istituzioni, e che non sono in grado o non hanno la volontà di rinnovare. Siamo di fronte ad un sistema vecchio, anche in senso anagrafico, con agricoltori anziani e dove le prospettive di ricambio generazionale sono bassisime.
La mancanza di innovazione e rinnovamento ha causato un deciso calo nella qualità dei prodotti, che vengono sostituiti sul mercato da agrumi sudamericani di pari qualità e costo inferiore, acquistati a tonnellate dall’industria della trasformazione. Di conseguenza, gli imprenditori, incapaci o impossibilitati a investire per puntare su un prodotto di qualità superiore, cercano di contenere i costi alimentando il business dello sfruttamento dei migranti, a cui si rivolgono le numerosissime OP, responsabili dell’organizzazione della raccolta delle arance.
La questione è stata particolarmente grave nel corso dell’ultima stagione di raccolta quando, causa i problemi strutturali del sistema e condizioni climatiche favorevoli, hanno provocato quello un vero e proprio annus horribilis per il settore: arance di piccolo calibro e dal brutto aspetto che, pressoché rifiutate dalla grande distribuzione, sono finite in gran parte all’industria della trasformazione a prezzi ridicoli (fino a 5 centesimi al chilo).
Fino ad ora, tutti gli strumenti messi in campo delle istituzioni per provare a risanare le filiere agricole sono state di tipo repressivo, per punire le aziende che sfruttano i lavoratori stagionali e i migranti, senza però intervenire in alcun modo sui problemi alla base del fenomeno. Secondo il rapporto è ora, invece, di concentrarsi su strumenti che inducano le aziende a mantenere standard etici superiori. Lo strumento ideale, secondo le associazioni che hanno redatto il rapporto, sarebbe una legge sulla trasparenza che introduca le cosiddette “etichette narranti”, per rendere disponibili al consumatore tutte le informazioni sulla filiera dei prodotti che sta acquistando, e istituisca un elenco pubblico dei fornitori.
I protagonisti di questa rivoluzione saranno le catene della grande distribuzioni e le multinazionali della trasformazione che, invece di accontentarsi di prodotti a basso prezzo, devono pretendere elevati standard etici dai fornitori e introdurre l’etichetta narrante come strumento di trasparenza. Per questi aspetti, secondo il rapporto, si distingue Coop, che obbliga i propri fornitori a sottoscrivere codici di comportamento e sottostare a regolari controlli e utilizza un sistema di etichettatura trasparente.

Di Giulia Crepaldi

Fonte:ilfattoalimentare