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Fast-food, rischio obesità, colesterolo ma anche depressione

Il cibo da fast food è noto quanto non sia un toccasana per il fisico, ma di recente diversi studi hanno dimostrato come probabilmente non lo sia nemmeno per l’umore.
Morgan Spurlock, protagonista del noto documentario ‘Super Size Me’ (2004), si sottopose per un mese a una dieta ad alto contenuto calorico, mangiando solo da Mc Donald.
Dopo poco tempo, il giornalista iniziò a manifestare, oltre ad aumento di peso, colesterolo e pressione sanguigna, anche forti emicranie, stanchezza cronica e un principio di depressione.
Alcuni elementi nutritivi infatti, non influiscono solo sul corpo ma anche sulla mente e li necessitiamo per il nostro benessere psicofisico.
Ad esempio, carenze delle vitamine b9, anche detta acido folico, e b1, altresì tiamina, contenute comunemente in uova, verdura fresca, frutta, legumi e cereali integrali, possono portare a problemi a livello di sistema nervoso, irritabilità, debolezza, stanchezza, difficoltà di concentrazione e anche depressione
I clienti abituali di fast-food, che seguono una dieta povera di frutta, verdura e pescato, hanno, secondo Almudena Sanchez- Villegas e colleghi (Sanchez- Villegas A. et al.; 2011), una maggiore probabilità di sviluppare la sindrome depressiva. Questo target comprende per lo più fumatori single, con un tenore di vita sedentario e un orario di lavoro pari o maggiore di 45 ore settimanali.
Ma non solo gli uomini devono fare i conti con le conseguenze di cattive abitudini alimentari.
Anche i topi, secondo un esperimento condotto dall’università di Montreal (Sharma, S., Hryhorczuk, C., Fulton, S.;2012), dopo aver mangiato per sei settimane cibi ricchi di grassi, risultavano più ansiosi e subivano innalzamenti dei livelli dell’ormone corticosterone e della molecola di CREB, entrambi associati a stress e agitazione.
Per Julian House e colleghi (House j.,DeVoe S.E.,Zhong C.;2013), l’influenza negativa dei fast food non si limiterebbe al cibo.
“Chiedi e ti sarà dato” è preso più che alla lettera da queste catene di ristorazione. In Italia, da regolamento, nei locali della grande M gialla, dalla richiesta alla consegna del cibo non devono passare più di duecentodieci secondi.
Questo abituerebbe, al pari della lampada magica, ad avere tutto e subito, portando, secondo gli sperimentatori, a sentirsi irrequieti all’ascolto di una musica rilassante e a percepire lo scorrere del tempo più lentamente.
Questa tesi è supportata anche da uno studio della Toronto University (Chen-Bo Zhong & Sanford E. DeVoe; 2010), che ha confermato come alla sola esposizione al logo di uno dei più famosi fast food, le persone tendano ad agire con più rapidità e impazienza, preferendo, ad esempio, il pagamento di una cifra minore nell’immediato ad una cifra maggiore ma posticipata nel tempo.
Sembra quindi che più la società ci vuole veloci più ci affanniamo a correre.
Ma se davvero “siamo quello che mangiamo, cerchiamo ancora il tempo di sederci nel baretto all’angolo, di bere un buon caffè, di cucinare la domenica per gli amici, di fare la pizza in casa, di ordinare al ristorante e attendere con l’acquolina in bocca.
Perché in fondo aspettiamo alla posta, aspettiamo ai colloqui, aspettiamo l’amore; diamoci il tempo di aspettare un risotto, una lasagna o un fritto misto. La felicità varrà tutti i minuti di attesa.

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